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Il mio viaggio nel Kaizen: perché la formazione di un istruttore non può fermarsi a un post su Instagram

Chattando su whatsapp con un amico relativamente all’ultimo corso che ho frequentato di cui ti ho parlato nell’articolo precedente, lui mi ha fatto notare che io vivo il Kaizen.

Era un termine che non utilizzavo da almeno 15 anni e ritrovarlo mi ha dato da pensare che in effetti, nel mio lavoro di istruttrice e professionista del movimento consapevole, c’è una filosofia che guida ogni mia singola scelta, sia quando progetto una sessione in studio sia quando scelgo come far evolvere la mia professione.

Ed è proprio il principio che arriva dalla cultura giapponese: il Kaizen (改善).

Composto dalle parole Kai (cambiamento) e Zen (migliore), viene tradizionalmente tradotto come “miglioramento continuo”.

Non significa stravolgere tutto da un giorno all’altro, ma impegnarsi a compiere piccoli, costanti passi avanti, ogni giorno. Per me, applicare il Kaizen nel Pilates e nel fitness significa una cosa fondamentale: avere la profonda consapevolezza che la mia formazione non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un viaggio che dura tutta la vita.

Ed è per questo che, nonostante gli anni di esperienza e le certificazioni già ottenute, continuo a considerarmi un’eterna studentessa. Continuo a studiare, a frequentare corsi, a ricercare e a mettermi in discussione.

Oggi viviamo in un’epoca in cui tutto sembra a portata di clic. Scorrendo il feed di Instagram o di TikTok, si viene bombardati da video di pochi secondi che mostrano transizioni spettacolari, esercizi acrobatici o l’ultimo “segreto” per il benessere coreografato a favore di telecamera.

È facile farsi illudere che l’ispirazione per insegnare possa arrivare da lì.

Ma lasciatemi dire una cosa con estrema franchezza: non è su Instagram che si trova il Kaizen.

I social network si nutrono di estetica, velocità e intrattenimento. La vera formazione, quella che trasforma un istruttore in una guida sicura e autorevole, richiede l’esatto opposto: richiede tempo, silenzio, concentrazione e, soprattutto, basi scientifiche. Un video di trenta secondi può darti un’idea visiva, ma non potrà mai spiegarti la biomeccanica dietro un movimento, le forze di taglio sulle articolazioni, le catene miofasciali coinvolte o come adattare quel percorso a un corpo che ha una storia di dolore o una rigidità strutturale.

Il miglioramento continuo non si misura in “like”, ma nella profondità delle competenze che si acquisiscono sui libri, nei laboratori di anatomia e nei corsi di formazione di alto livello.

Quando scelgo di frequentare un nuovo corso di aggiornamento, lo faccio perché sento il dovere intellettuale e professionale di offrire il massimo a chi si affida a me. Il corpo umano è una macchina straordinaria che la scienza continua a ridefinire: basti pensare a quanta strada ha fatto la ricerca sul ruolo del tessuto connettivo e della miofascia, o sull’importanza di un approccio posturale e funzionale mirato alla longevità.

Rimanere ancorati a ciò che si è imparato dieci o cinque anni fa, ignorando l’evoluzione scientifica, significa fare un danno ai propri allievi.

Per me, studiare significa:

  • Capire il “perché”, non solo il “come”: Non mi basta proporre un esercizio sul Reformer o sulla Tower; devo sapere esattamente quale attivazione profonda sto stimolando e perché è utile per la postura di quella specifica persona.
  • Garantire la massima sicurezza: Più studio l’anatomia e la biomeccanica, più affino il mio occhio critico. Questo mi permette di personalizzare la lezione in tempo reale, prevenendo gli infortuni e rispettando i limiti e le potenzialità di ogni corpo.
  • Integrare per arricchire: Che si tratti di Pilates, di dinamiche legate al cammino o di tecniche posturali avanzate, ogni tassello che aggiungo con lo studio si intreccia con gli altri, creando un metodo di insegnamento unico, fluido e soprattutto efficace.

Abbracciare il Kaizen mi libera dall’ansia di dover essere “perfetta”, ma mi impone un grande rigore.

Mi spinge a farmi domande ogni giorno: Come posso spiegare meglio questa transizione? Quale dettaglio biomeccanico posso curare di più? Cosa posso studiare per aiutare quell’allievo a superare il suo blocco motorio?

Insegnare non significa ripetere a memoria una sequenza di esercizi. Significa saper leggere i corpi, comprendere i loro bisogni e guidarli verso la salute e la longevità attraverso il movimento. E per guidare gli altri in un territorio così complesso, non si può smettere di esplorarlo.

La mia promessa a me stessa, e a tutte le persone che entrano nel mio studio, è che non smetterò mai di studiare. Perché il miglioramento continuo è l’unico modo che conosco per onorare questa bellissima professione.

Ed è per questo che nella mia Home page sul sito ho messo una frase di Marilyn Monroe:

Lascio agli altri la convinzione di essere i migliori,
per me tengo la certezza che, nella vita, si può sempre migliorare.

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